
Tratto da "La nuova Venezia" di domenica 10 luglio 2011.
LIMENA. Finalmente il partito del presidente muove qualcosa di diverso dalla coda del cane quando scodinzola perché il padrone lo chiama. La mettiamo giù brutale perché bisognava esserci ieri, nella sala Falcone-Borsellino di Limena, ad ascoltare non solo gli interventi dal microfono, che già schiumavano di critiche contro la dirigenza, ma i commenti nella folla di sindaci, assessori comunali, consiglieri di enti o presidenti, gente che rappresenta il Pdl in un Veneto che ha cambiato umore.
La gente è disillusa, senza soldi, con i figli a spasso, l'orizzonte basso, le pensioni a rischio. Gli amministratori locali sono a contatto diretto, sentono l'onda che arriva ma dall'altra parte del filo hanno dei sordi all'ascolto. Nella sala zeppa, 250 posti a sedere e gente in piedi in platea e in galleria, volano rasoiate più che battute. Il partito del presidente vuole partecipare, ma non per battere le mani: per contare. Saranno verità elementari ma non si sentivano da mo'. Dev'essere finito il cloroformio. Gli eletti hanno voglia di tirare il collo ai nominati, che dormono al piano nobile dove sono arrivati in ascensore.
Per un partito leggero è stata una seduta molto pesante: onore al merito di Dario Bond e Pigi Cortelazzo che hanno vinto la resistenza di Marino Zorzato, il coordinatore vicario che remava contro ed è rimasto da solo a reggere (si fa per dire) l'urto della contestazione. Il coordinatore capo Alberto Giorgetti, sottosegretario all'economia, era precettato in Abruzzo per sostituire Tremonti.
La prima bordata arriva da Leo Padrin, consigliere regionale: «E' la prima volta nella storia che il Veneto ha tre ministri. Li avete mai visti nel territorio?» Applausi torrenziali. Per la cronaca i ministri sono Renato Brunetta, Giancarlo Galan e Maurizio Sacconi. «I veneti chiedono a noi perché. La rappresentanza interna del partito non può essere acefala: fino al coordinatore comunale, massimo provinciale, funziona il metodo elettivo, più sopra la nomina».
«A sentire la parola preferenze mi torna la voglia di partecipare - gli dà man forte il sindaco di Fontaniva Marcello Mezzasalma -. E' aberrante trovarsi a 40 anni con liste stilate per amicizia e conoscenze. E mi limito. La Lega è stata abile perché punta su gente conosciuta dal territorio». «Non è vero che in Regione gli amministratori della Lega sono migliori di noi - cerca di recuperare la Isi Coppola - non è assolutamente vero». Perentoria ma non porta le prove. Il confronto con la Lega è molto sofferto: i pidiellini si sentono più bravi e intelligenti dei leghisti ma fischiano di sicuro le orecchie a Massimo Bitonci e Roberto Marcato, citati in salsa polemica oltre a Luca Zaia che «si è servito dell'alluvione per mettersi in vetrina mentre noi eravamo a spalare fango», come ripete il sindaco di Veggiano Anna Lazzarin.
«E' ancora capiente il frigo? - ridacchia Stefano Tonazzo, assessore di Limena -. Perché io ne ho ancora da dire». E cita una lite nel suo comune tra Pdl e Lega, risolta da Federico Bricolo arrivato in sostegno dei leghisti «con una coda di 12 auto di scorta». Magari non saranno state state 12, ma con una non si fa coda. «Noi non abbiamo risposte dalla Regione. E molti di noi cominciano a vergognarsi di Berlusconi, bisogna dirlo».
Cerca di «uscire dallo sfogatoio» Mauro Fecchio, assessore provinciale di Padova: «Oggi la situazione è grave come all'epoca di Tangentopoli, non per gli arresti ma per la crisi di rappresentanza politica». Travolgente Massimiliano Barison, sindaco di Albignasego: «Per i problemi della scuola ho scritto ai 70 parlamentari veneti, mi hanno risposto in due. Ho 3,5 milioni di euro di trasferimenti dallo Stato, a luglio ho ricevuto solo 700.000 euro, devo andare avanti con anticipazioni di cassa ma se lo faccio la finanziaria mi penalizza. Dov'è il Pdl Veneto che ci dovrebbe difendere? Si preparino a fare selezione interna». «E' vero, i sindaci hanno svolto un ruolo di sostituzione del partito - ammette l'assessore Massimo Giorgetti.
di Renzo Mazzaro
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