Parata di notizie dal web

Loading...

Pudivi.it è più di un semplice blog...


Alcune immagini presenti su questo blog sono tratte dalla rete in quanto ritenute di pubblico dominio. Per la rimozione delle stesse - qualora richiesto dai legittimi titolari - scrivere all'indirizzo e-mail pudivi@tiscali.it

Pubblica su questo blog la tua opinione! Mandaci il testo per creare un nuovo post all'indirizzo e-mail pudivi@tiscali.it

lunedì 28 febbraio 2011

12 marzo 2011, a difesa della Costituzione

...

Di fronte ad un Presidente del Consiglio che dice “questa volta nessuno mi potrà fermare”, usando tono e parole da resa dei conti più adeguati ad un film d’azione degli anni ’80 (un brutto film, tra l’altro) che ad un civile dibattito istituzionale, le possibilità sono poche.

Una è pensare che abbia ragione, che faccia bene, che questo piglio deciso possa cambiare in meglio il paese. Chi pensa ciò, è pregato di uscire ora di casa, e di guardare quel pezzettino d’Italia che gli sta attorno. Vede un paese sereno, speranzoso, che guarda con ottimismo e fiducia al domani? Se sì, allora credo sinceramente che faccia bene a stare lì dove si trova, a lasciare che il Presidente del Consiglio vada avanti pretendendo che nessuno lo fermi. Stia lì, per favore, perché se sta lì forse farà meno danni.

Chi invece vede un paese stanco, stremato, impaludato in una crisi economica e, soprattutto sociale, forse dentro di sé sente di voler fare qualcosa, qualcosa che serva, ma non sapendo bene cosa fare, esita. Oppure discute, cerca di capire, si confronta: sta fermo, però dialoga con chi gli sta attorno tentando di trovare una soluzione. Entrambi gli atteggiamenti hanno una cosa in comune, però: si resta fermi mentre chi dice “questa volta nessuno mi potrà fermare” va per la sua strada, con al seguito i servitori che è riuscito ad arruolare o quei cittadini che, bontà loro, sono convinti che faccia bene.

Noi non pensiamo che un Presidente del Consiglio che dice “questa volta nessuno mi potrà fermare” abbia ragione. Noi pensiamo, con tutte le umane imperfezioni delle nostre parole e dei nostri intenti, con tutta la confusione, l’incertezza, le contraddizioni, le paure del caso, che un discorso del genere sia eversivo.
Eversivo perché quel “nessuno” comprende pezzi di istituzioni come Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Parlamento, Presidenza della Repubblica; comprende pezzi del paese come l’Università, le redazioni dei giornali, i blogger, i teatri. E queste cose non sono “nessuno”: sono ciò che contribuisce a rendere l’Italia una democrazia. E, quando si parla di istituzione, bisogna ricordare che sono ben più importanti delle persone che le rappresentano. Sono edifici i cui inquilini cambiano periodicamente, magari dimostrandosi non all’altezza, ma le fondamenta di questi edifici devono essere maneggiate con estrema cautela: di sicuro non possono essere trattate come un ostacolo dai rappresentanti di altre istituzioni.
Ogni volta che ciò succede esse vacillano, e ogni volta si rischia un crollo. E in Italia, negli ultimi vent’anni, esse hanno vacillato di continuo, tanto che ormai molti pensano che sia normale. Invece non lo è, non lo è mai. Non è con questo spirito che sono state erette. È per questo che abbiamo deciso di mobilitarci.
Noi, i nostri dubbi, le nostre paure, ma anche le nostre speranze, la nostra sofferta aspirazione ad un paese in cui il domani non sia un orizzonte carico di angoscia e l’oggi una cappa asfissiante. Noi, gli errori che probabilmente commetteremo, ma che ci daranno la possibilità, affrontandoli strada facendo, di diventare persone migliori.

Si può pensare che le manifestazioni non servano, che non serva mobilitarsi, perché manifestare, protestare sono altra cosa rispetto alla politica. Ditelo agli egiziani. Ditelo ai tunisini, agli albanesi. Ditelo a chi è dovuto arrivare alla disperazione più nera e totale, prima di trovare la forza di superare le divisioni, le perplessità e i dubbi, peraltro legittimi, anzi. Perché non si tratta, ora, di stare dalla parte giusta, di capire chi sono i buoni e chi i cattivi, come se esistesse una linea netta che li separa. Si tratta, più semplicemente, di immaginarci da qui a venti, trent’anni, e di immaginare quale Italia vorremo raccontare ai nostri figli e ai nostri nipoti, e di pensare a che cosa risponderemo quando ci verrà chiesto “tu dov’eri?”, “che cosa facevi?”.

A difesa della Costituzione, 12 marzo 2011 (clicca qui).

- - - - - - -

© Pudivi Blog

venerdì 25 febbraio 2011

Corte conti: «Rischio tasse con il federalismo»

...

Col federalismo fiscale regionale c'è il rischio di «aumenti della pressione fiscale complessiva anche nel corso della fase transitoria». Mentre i livelli essenziali delle prestazioni sociali (per assistenza, scuola, trasporti) vanno adeguatamente calcolati e finanziati, in un futuro disegno fiscale che appare troppo complesso e poco lineare. Ieri è stata la Corte dei conti, in audizione davanti alla bicamerale, a sollevare dubbi e preoccupazioni su fisco regionale e costi standard sanitari.

Dubbi, quelli elencati dal presidente Luigi Giampaolino, che si affiancano all'apprezzamento quanto meno della volontà, col federalismo, di voltare pagina nell'erogazione dei servizi pubblici. Per costringere sempre più le autonomie a fare la loro parte nel risanamento dei conti pubblici. Sebbene, ha aggiunto Giampaolino, nello schema di decreto sul federalismo regionale preoccupa «la definizione di un quadro di finanziamento che tende a cristallizzare i fabbisogni finanziari su livelli non sempre coerenti con la necessità di contenimento della spesa». Proprio mentre il patto di stabilità interno si sta rivelando inadeguato a garantire «la necessaria flessibilità e tempestività di intervento». Come dire: c'è ancora di più e di meglio da fare per mettere il bavaglio alla spesa locale. Magari anche prevedendo che nella revisione del sistema di finanziamento cambi quello che già la legge delega ha rinunciato a fare: valutare l'intero universo delle regioni, anche quelle speciali e le province autonome.

A far riflettere il parlamento - sostiene la Corte, cui il presidente della bicamerale Enrico La Loggia pensa di assegnare un ruolo di guardiano dei costi standard sanitari -dev'essere anzitutto la complessità del sistema delineato dal decreto. Con un «sovraccarico di funzioni» assegnato all'Irpef che rischia di creare «contraddizioni e incoerenze», ma anche con la moltiplicazione del ricorso «a fondi di riequilibrio che si intrecciano con quelli perequativi». Mentre il ricorso a compartecipazioni a addizionali all'Irpef imporrà «una continua revisione delle aliquote destinate al finanziamento delle realtà locali», che già oggi si comportano in maniera diversificata.

Sotto questo aspetto, la Corte mette in dubbio la coerenza stessa del sistema fiscale proposto. Come nel caso dei vincoli all'autonomia tributaria col blocco dell'aumento delle addizionali Irpef per alcune categorie di contribuenti, voluta per contenere l'aumento della pressione fiscale: da una parte sarà un'operazione «difficile», dall'altra limitare la flessibilità del prelievo ai soli redditi medio-alti finirebbe per incentivare lo sforzo fiscale solo nelle regioni più ricche sterilizzandola però in quelle più povere, più anziane e con più lavoratori dipendenti. Al sud, insomma, l'operazione fallirebbe.

Lo stesso obiettivo di non aumentare la pressione fiscale rischia di restare un miraggio. Tutta colpa della soppressione - richiesta dagli stessi governatori per rafforzare la propria autonomia tributaria - che impediva l'aumento della pressione fiscale a carico del contribuente: se non si cambia strada il pericolo sarà piuttosto di «indebolire l'obiettivo di non produrre aumenti della pressione fiscale complessiva anche nel corso della fase transitoria» verso il federalismo compiuto. Infine la spesa sanitaria, il vero nervo scoperto delle regioni.

Con un capitolo a parte per i criteri di riparto della spesa: il metodo seguito per la definizione dei costi standard - col criterio dell'età della popolazione - non inciderebbe direttamente sul riparto dei fabbisogni sanitari. Ma ci sarebbero effetti «anche rilevanti» se si applicassero altri «criteri di pesatura». Magari quelli legati alle situazioni di vantaggio socio-economico, la deprivazione reclamata dal sud, ma eventualmente quando si avranno dati più aggiornati.

di Roberto Turno (tratto da "Il Sole 24 Ore" del 25 febbraio 2011)

- - - - - - -

© Pudivi Blog

giovedì 24 febbraio 2011

«Faccia tosta! Faccia tosta! Faccia tosta!»

...

Qui sopra il trafiletto pubblicato sul foglio politico del gruppo "Insieme per la Libertà" di Angelo De Giovanni e Mauro Brunato nel dicembre scorso.

Qui sotto le quattro mail integrali e complete, di cui la seconda e la terza passate di propria iniziativa da De Giovanni per essere pubblicate sul suo foglio.

1: DE GIOVANNI SCRIVE A "PUNTO DI VISTA" RINGRAZIANDO



2: DAMIANO NEGRI (DA SUA MAIL PRIVATA) RISPONDE A DE GIOVANNI (MAIL PUBBLICATA DI SUA INIZIATIVA DA DE GIOVANNI SU "LIBERAmente" di dicembre)



3: REPLICA DI DE GIOVANNI A MAIL PRIVATA DI DAMIANO NEGRI (MAIL PUBBLICATA DI SUA INIZIATIVA DA DE GIOVANNI SU "LIBERAmente" di dicembre)



4: CONTROREPLICA DA MAIL PRIVATA DI DAMIANO NEGRI A DE GIOVANNI



La vicenda, come è evidente, non si è assolutamente svolta secondo quanto indicato da De Giovanni e Brunato su "LIBERAmente".

- - - - - - -

© Pudivi Blog

"Punto di Vista" diventa bimestrale: ecco perché

...

L’anno 2011 di “Punto di Vista” inizia con una novità: il giornale cambia periodicità e diventa bimestrale. Come è facilmente intuibile, il motivo che sta alla base di questa decisione è di carattere squisitamente economico: il periodico infatti, giunto al suo 12° anno di presenza attiva a Casorate Primo, Motta Visconti e comuni limitrofi, come qualsiasi altro giornale locale di iniziativa privata, riesce a mantenersi attraverso la vendita delle inserzioni pubblicitarie e instaurando collaborazioni con i Comuni, cedendo una determinata quantità di “spazi” (pagine) per divulgare l’attività amministrativa ai cittadini (spazi che, una volta, erano rappresentati dai cosiddetti bollettini o giornalini comunali, auto-prodotti o commissionati, gradualmente dismessi o sostituiti da edizioni online).

La difficile congiuntura economica, unita all’incertezza sulle disponibilità finanziare dei comuni (ai quali, oltretutto, è stato imposto dalla finanziaria di “tirare la cinghia” anche in tema di relazioni esterne e relazioni col pubblico) ha comportato una sensibile riduzione degli investimenti nel settore, costringendo tutti gli operatori della comunicazione a razionalizzare risorse, processi e attività di informazione, a beneficio del proprio bacino d’utenza. Razionalizzazione che – non soltanto per noi – diventa un elegante sinonimo del termine “riduzione”.

Pertanto, dopo una serie di valutazioni (sarebbe inutile nascondere che il vero “salasso” che pesa sul budget di un giornale cartaceo, è rappresentato, per l’appunto, dalle spese vive di stampa), “Punto di Vista” ha deciso di ridurre il numero delle edizioni annuali da 11 a 7, intercalando le uscite nel corso dell’anno in modalità bimestrale, mantenendo costanti pagine e tiratura (del resto, non potrebbe essere altrimenti). Detto questo, ci corre l’obbligo di formulare alcune riflessioni in proposito.

Da quando questo giornale esiste, si è sempre adottata la politica del “tutto gratis, per tutti e per sempre” finché si è potuto, scegliendo la distribuzione gratuita porta a porta (dapprima a Motta Visconti e quindi a Casorate Primo) come modalità di diffusione, concentrando carichi di lavoro, competenze e responsabilità su un “eroico” e ristretto gruppo di collaboratori.

Nessuna concessione al superfluo (si stampa in bianco e nero fin dal lontano febbraio 2000), auto-produzione giornalistica, auto-distribuzione, contenimento dei costi per le inserzioni pubblicitarie coerentemente rapportati alle spese di elaborazione e stampa: da sempre il “core-business” (come si usa dire oggi) di “Punto di Vista” è stata la finestra aperta sull’informazione locale dei nostri comuni, quasi sempre ignorati dai principali organi di stampa già presenti su questo particolare territorio a cavallo fra due province.

Al contempo però, pur mantenendo costanti i prezzi delle inserzioni pubblicitarie o ritoccandoli gradualmente, al rafforzamento progressivo del giornale nel corso del tempo (si pensi all’aumento del numero degli inserzionisti, e quindi delle pagine, passate da 12 a 28 fino a 32) si è contrapposto l’aumento esponenziale dei costi di stampa che sono andati gonfiandosi di anno in anno in relazione all’incremento demografico registrato nella nostra zona e al fabbisogno di copie in più per soddisfare tutte le famiglie (soltanto per Motta Visconti, ad esempio, in 10 anni è stato necessario incrementare la tiratura da 2300 alle attuali 3200 copie, senza per questo scaricare i costi sugli inserzionisti o aumentando di un terzo le tariffe in essere per la pubblicità).

Sicché, per noi oggi diventa necessario incentivare un’ulteriore fonte di finanziamento rappresentata dalle contribuzioni volontarie dei lettori: per “Punto di Vista” non è più tempo del “tutto gratis, per tutti e per sempre”, a patto che non si voglia assistere al lento degradare di un organo di informazione di qualità (peculiarità che ci viene spesso riconosciuta) verso un futuro da pseudo-giornale tappezzato di inserzioni in multicolor, e qualche scialba notizia qua e là giusto per riempire gli spazi fra una pubblicità e l’altra. No, non è questo il futuro che vogliamo.

Rivolgiamo un appello ai nostri lettori affinché contribuiscano – fin da oggi – corrispondendo un contributo libero a “Punto di Vista” utilizzando le seguenti coordinate bancarie IBAN:

IT90S0558455650000000011247

Il codice IBAN è intestato a: EDICOM Società Cooperativa - Bereguardo (PV) c/o filiale della Banca Popolare di Milano, Bereguardo. (ATTENZIONE: verificare sempre che il codice IBAN sia composto esattamente da 27 caratteri e quando si effettua il versamento, ricordarsi di indicare le proprie generalità, indirizzo e soprattutto il Codice Fiscale o Partita IVA).

In fondo siamo certi che questi dodici anni trascorsi insieme, abbiano già rappresentato un vantaggio per tutti, dal punto di vista dell’informazione locale. Riuscireste a farne a meno di “Punto di Vista”?

Grazie.

Elisabetta Pelucchi e Damiano Negri

- - - - - - -

© Pudivi Blog

giovedì 17 febbraio 2011

Fini il pasticcione: e se non sapesse fare politica?

...

ROMA – E se Fini non sapesse fare politica? Anche se ai nostri giorni e latitudini non gode di nessun prestigio, “fare politica” è competenza precisa, un mix di capacità innata e cultura acquisita. Fare politica è come fare un ponte o un intervento chirurgico, ci vuole scienza e non bastano la buona volontà e le ottime intenzioni. Diamole entrambe a Gianfranco Fini, sia la buona volontà che le ottime intenzioni. Nel cercare una destra italiana che sia quella della legge e dell’ordine e non del ciascuno fa come gli pare. Nel carcere di fare da argine al populismo che seduce, illude, corrompe. Però politica bisogna saperla fare.

Gianfranco Fini aveva un partito, si chiamava An, lo sciolse, anzi lo dissolse nel Pdl. Non glielo aveva ordinato il dottore, glielo aveva ordinato Berlusconi. Fin dall’inizio non sembrò a Fini un grande affare, della vicenda del “predellino”, Berlusconi che innalzatosi sulla portiera di una macchina proclamava il grande e unico partito, Fini aveva detto: “Siamo alle comiche finali”. E allora perchè si tuffò alla fine dentro la “comica”? E’ il senno di poi, ma, non avesse sciolto An, oggi, a dissenso esploso e marcato con il Berlusconi del bunga-bunga, Fini avrebbe evitato di pagare di fronte all’elettorato di centro destra il dazio del “tradimento”. Sarebbe stato un ex alleato che non ne poteva più, come fece a suo tempo niente meno che Bossi, quel Bossi che chiamava Berlusconi “mafioso” e che nessuna piazza di destra si è mai sognata di definire “traditore”.

Ancor prima Fini aveva avuto altra occasione: quando Casini si stacca da Berlusconi. Era quello il tempo del Terzo Polo, se Terzo Polo doveva essere. Casini si stacca per manifesta impossibilità di convivere con il padrone unico, ma Fini resta. Perde l’attimo e ora il Terzo Polo appare per lui solo un rifugio in tempo di tempesta, non una scelta. E infatti quell’elettorato di destra che a lui potrebbe guardare si sente stretto, “ospitato” nel Terzo Polo e quindi cerca una casa veramente sua o resta in quella di prima anche se troppo abitata dalle ragazze di Via Olgettina.

Poi finalmente Fini trova coraggio e dignità: fa Fli. La fa e la fa sfasciare in circa sei mesi. Fli si sta squagliando non solo al Senato, si sta squagliando nella testa della gente che guarda. Non era così appena pochi mesi fa e non lo dicevano solo i sondaggi. La destra di Fini non era certo un’alternativa ma cominciva a somigliare a una possibilità. Possibilità che Fini fa squagliare. L’errore non è quello della mozione di sfiducia a Berlusconi del 14 dicembre, in politica si vince e si perde. L’errore è la confusione che segue: Fli in brevissimo non è più “l’altra” destra, diventa un pezzo dei tanti “No Berlusconi”. L’errore non è tanto tenersi la presidenza della Camera, con quel che Berlusconi è capace di fare alle e con le istituzioni si può capire il voler mantenere un “blocco” a livello della terza carica della Repubblica. Ma Fini subisce, contempla lo “squaglio”, degrada a “possibilità rassegnata”. Insomma politica bisogna “saperla fare”, è una tecnica, una competenza. Può mancare anche agli uomini e alle donne di buona volontà, si può essere, putroppo, al “posto giusto” senza essere il leader giusto.

Lucio Fero (tratto da "Blitz Quotidiano")

- - - - - - -

© Pudivi Blog

Tasse e Federalismo: la verità è venuta a galla. Si pagherà di più

...

«Tasse e Federalismo. Tariffe più Care»
Per recuperare gettito le bollette aumentano il doppio dell’inflazione

ROMA - In Italia capita anche questo. Succede che due Comuni praticamente falliti finiscano nell'elenco delle amministrazioni più virtuose, quelle premiate dallo Stato con la possibilità di spendere più soldi rispetto ai limiti ferocemente imposti dal Patto di Stabilità. Possibile che nella lista ci sia anche Catania? La città dove il neosindaco Raffaele Stancanelli, appena eletto a metà 2008, denunciò con le mani tra i capelli un miliardo di debiti nascosti nelle pieghe del bilancio? Dove il suo predecessore era inseguito da torme di creditori di tutte le specie, dai librai cittadini alle ballerine brasiliane? Dove le strade erano al buio perché non erano state pagate le bollette dell'Enel? E dove, per assurdo, il bilancio di quel 2008 appariva talmente in ordine da far guadagnare a Catania un premio da 983.411 euro? Premio, per inciso, negato a città mai censurate per cattiva amministrazione, come Sondrio, Belluno, Asti...

Catania come Taranto. Comune dichiarato ufficialmente in dissesto finanziario e sommerso da un debito pazzesco di 616 milioni di euro, dove succedeva davvero di tutto. Perfino che 23 dipendenti, dopo essersi aumentati lo stipendio da soli rubando alle casse municipali 5 milioni, restassero miracolosamente al loro posto. Una città talmente sprofondata nel buco nero dei debiti, che i liquidatori ci hanno messo tre anni per ricostruire la contabilità e pagare i creditori. Con i denari dei contribuenti, naturalmente. Gli stessi quattrini che due anni dopo hanno permesso alla città di incassare un bel «premio» da 1.378.069 euro.

Difficile spiegare tutto questo. Una sola cosa è certa: l'elezione diretta di sindaci e governatori e la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta nel 2001 dal centrosinistra, hanno dato agli amministratori locali maggiori poteri, ma non maggiori doveri. Da allora ad oggi metà della spesa pubblica è passata dal centro alla periferia, ma il compito di tassare i contribuenti è rimasto allo Stato, perché Regioni, Comuni e Province sono responsabili solo del 18% delle entrate. La finanza locale, già caotica, è diventata ancora più disordinata. E indebitata, perché mentre montava il caos normativo e istituzionale, da Roma, inseguendo il risanamento dei conti pubblici, hanno cominciato a tagliare i trasferimenti di bilancio.

Fatto sta che oggi gli italiani si trovano appesantiti, solo a livello locale, da 45 fra tasse, tributi, canoni, addizionali, compartecipazioni, con la pressione fiscale complessiva che è schizzata nel 2009 al 43,5%, al terzo posto fra i Paesi dell'Ocse. Nonostante le promesse di riduzione e semplificazione che ci sentiamo ripetere da almeno dieci anni. Per raggranellare denaro i sindaci hanno dato sfogo alla fantasia. Alcuni hanno anche rispolverato la «tassa sull'ombra» del 1972, che colpisce «la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline».

Con le casse sempre più vuote, ma nessuna voglia di incidere sulle spese improduttive, gli enti locali hanno di fatto scaricato sui cittadini i sacrifici imposti dal governo centrale. Aggirando ad esempio il blocco delle addizionali comunali sull'Irpef, in vigore dal 2008, pompando le tariffe. Anche i governi, poi, ci hanno messo del loro. Per esempio con l'abolizione dell'Ici sulla prima casa, l'unica tassa «federalista» vigente in Italia, sacrificata sull'altare dell'ultima campagna elettorale. E pazienza se, come rivelava uno studio dell'Ifel, l'istituto di ricerca dell'Anci, tra il 2004 e il 2009 le tariffe comunali sono cresciute a una media del 3,5% annuo. Il doppio dell'inflazione, con punte stratosferiche per i rifiuti (+29% tra il 2004 e il 2009, e continuano ad aumentare) e i servizi idrici, le cui tariffe crescono in media del 5% l'anno. Dopo l'immondizia e l'acqua, l'ondata dei rincari nel 2010 e in questo primo scorcio del 2011 si è abbattuta su asili nido, mense scolastiche, piscine e impianti sportivi, musei, servizi cimiteriali, trasporto locale. E nel Milleproroghe, appena approvato dal Senato, c'è una nuova sorpresa: tutti i Comuni, anche quelli che non si trovano in emergenza rifiuti, potranno aumentare le tariffe fino a coprire l'intero costo del servizio. Incrociamo le dita.

Il caso dell'Ama, che oltre ad essere l'azienda municipalizzata per l'ambiente del Comune di Roma è anche uno straordinario collettore di voti, forse vale per tutti come cattivo esempio di amministrazione. Il bilancio del 2008 si è chiuso con una perdita monstre di 257 milioni di euro. E il 2009 sarebbe stato archiviato con un altro buco di 70 milioni, senza il contributo di 30 milioni erogato dal Comune e l'aumento delle tariffe per ben 40,8 milioni di euro. E tutto questo mentre i crediti verso gli utenti morosi aumentavano, in dodici mesi, di 108 milioni, raggiungendo la cifra astronomica di 623 milioni di euro. La circostanza non ha comunque impedito all'azienda di assumere nuove legioni di dipendenti: 91 nel 2008, 489 nel 2009, 766 nel 2010. Impiegati, netturbini, perfino 164 spalatori di foglie ingaggiati in un colpo solo. Poi, naturalmente, anche parenti e amici dei politici.

Per rendersi conto del disordine che regna negli enti locali del nostro Paese, del resto, è sufficiente dare uno sguardo a una tabella elaborata dal senatore del Pd, Marco Stradiotto, componente della Bicamerale sul federalismo, sui dati del ministero dell'Interno. Si scopre, per esempio, che su ogni cittadino di Cosenza grava un costo del personale comunale di 506 euro l'anno: quasi il doppio rispetto a una città poco più grande come Cesena (271 euro), e addirittura il 117% in più nei confronti di Catanzaro (233). Per non parlare delle differenze macroscopiche che ci sono fra Regione e Regione. La Sicilia, con metà dei residenti della Lombardia, sopporta una spesa per il personale regionale nove volte superiore (un miliardo 782 milioni contro 202 milioni). E investe nelle infrastrutture ferroviarie 13,9 milioni l'anno, 57 volte meno della Lombardia (786 milioni). Differenze eclatanti, che danno anche la dimensione dell'assistenzialismo in salsa locale.

Il bello è che cominciano a saltare fuori solo adesso. Dopo che i tecnici della Commissione mista tra governo ed enti locali per l'attuazione del federalismo, guidata da Luca Antonini, sono quasi impazziti per riportare su base omogenea i bilanci dei Comuni, dove molte spese sono nascoste dall'esternalizzazione dei servizi, e delle Regioni, scritti in quindici modi diversi. In attesa di quello fiscale, in Italia regna da sempre il federalismo contabile, nel senso che ognuno si fa il bilancio a modo suo. E a nulla sono valsi, finora, i tentativi di mettere un po' d'ordine.

Vi siete mai chiesti perché da qualche tempo in qua se un'amministrazione di destra sostituisce una di sinistra, o viceversa, la prima cosa che fa è mettere i libri contabili in mano a un ispettore del Tesoro? Certamente per scaricarsi delle responsabilità dei predecessori. Ma anche perché i bilanci sono così complicati e poco trasparenti che dentro ci si può nascondere di tutto. Dalla due diligence eseguita dalla Ragioneria generale dello Stato sui conti della Campania, richiesta dall'attuale governatore Stefano Caldoro, sono saltati fuori «bilanci di previsione fortemente sovradimensionati rispetto al reale andamento degli impegni, e pagamenti ancora più incoerenti».

Per dire poi come sia possibile piegare i bilanci a ogni esigenza, la Regione, allora guidata da Antonio Bassolino, ha pagato spese che non potevano essere coperte facendosi prestare i soldi dalle banche. Come la manutenzione dei boschi (210 milioni), oppure il servizio di «monitoraggio» (21 milioni) del patrimonio forestale alla Sma Campania, società partecipata dalla Regione che aveva assunto 568 lavoratori socialmente utili. Le cose non vanno meglio con i bilanci dei Comuni. Nell'estate del 2010 la Corte dei conti ha trovato in quello di Foggia cose turche. Non esisteva un inventario dei beni comunali, ma in compenso c'era un contenzioso civile devastante, con decreti ingiuntivi per 30 milioni. Nel bilancio erano contabilizzate come residui «attivi» somme impossibili da incassare. Insomma, una baraonda totale.

I decreti attuativi sul federalismo fiscale ora promettono di metterci una pezza, imponendo l'omogeneità dei bilanci. Ma non a tutti, perché per le Regioni a statuto speciale le regole sono dettate dagli Statuti, che hanno rilevanza costituzionale. Dietro l'angolo si profilano altre insidie, ma non si può che partire da qua. Facendo ordine nel caos dei numeri, mettendo al bando con la trasparenza i giochi di prestigio degli amministratori furbacchioni. Poi toccherà ai cosiddetti «fabbisogni standard», che dovrebbero far superare il principio della «spesa storica», grazie al quale vengono premiate le amministrazioni più spendaccione. Di che cosa si tratta? Si stabilisce sulla base di parametri economici e territoriali qual è il costo efficiente di un servizio: la polizia locale, l'asilo nido, l'impianto sportivo...

Chi vuole spendere di più si arrangi. Dallo Stato non arriverà un euro in più: o si risparmia altrove, o bisognerà aumentare le tasse, e poi rendere conto, ai propri elettori. Ma questo, come vedremo nelle prossime puntate, non è affatto «federalismo». Anche Luca Antonini parla di «razionalizzazione della spesa pubblica». La devolution è un'altra cosa. Anche se ci ostiniamo a chiamarla così.

Mario Sensini e Sergio Rizzo (tratto dal "Corriere della Sera" del 17 febbraio 2010)

- - - - - - -

© Pudivi Blog

martedì 15 febbraio 2011

La grande illusione del Federalismo fiscale: il libro di Ernesto Maria Ruffini



Non è stato ancora detto tutto sul federalismo fiscale che la Lega ha voluto introdurre in Italia. Dovrebbe essere un sistema in grado di mantenere al nord le risorse fiscali prodotte in quei territori; e poiché si presume che quei territori siano più ricchi di altri la promessa è che il federalismo renderà più ricchi i comuni del settentrione. Tutto questo almeno nella retorica dei leghisti. Ma non è proprio così.

La principale entrata tributaria dei comuni è oggi l’ICI, peraltro già falcidiata con la scelta di esentare le prime case dalla sua applicazione. Adesso si progetta di sostituirla con l’Imposta Municipale (IM) sul possesso, senza aver preventivamente calcolato i possibili effetti per le casse dei singoli comuni. Ci abbiamo provato noi.

Abbiamo supposto che il gettito della futura IM non debba essere superiore all’attuale gettito dell’ICI, per non violare il divieto di aumento della pressione fiscale contenuto nella legge delega. Ma non si può neppure immaginare che tale gettito possa essere inferiore, perché ciò sarebbe un nuovo e insostenibile taglio alle finanze locali.

Il passaggio successivo è stato quello di rapportare il gettito dell’ICI del 2008 (ultimo dato reso disponibile dall’Istat) alle basi imponibili della nuova imposta, come risultano dai calcoli della Commissione Paritetica per l’Attuazione del Federalismo Fiscale (CoPAFF) rintracciabili sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze. In questo modo, è stato possibile ottenere le cosiddette aliquote di equilibrio, ovvero quelle che grarantiscono la parità di gettito fiscale.

A questo punto, per scoprire l’effetto sui singoli Comuni, è stato sufficiente applicare tali aliquote agli imponibili dell’IM in ciascuno di essi; si ottiene così per ogni Municipio il gettito della nuova imposta che può essere confrontata con quello dell’ICI 2008, come risulta dai bilanci consuntivi disponibili sul sito del Ministero dell’Interno.

La cosa singolare è che, dei 376 comuni con sindaco leghista, ben 209, il 56%, subirebbero una perdita nel passaggio dall’ICI all’IM. Fra quelli virtualmente danneggiati vi sarebbero anzitutto alcuni capoluoghi di provincia come Varese (città natale di Maroni) e Monza, ma anche località particolarmente evocative per l’animo leghista, quali Cassano Magnago (il paese natale di Bossi) e Adro, più volte salito alla ribalta nazionale, da ultimo per la sua scuola a marchio celtico ed anche Pontida.

Allargando poi la ricerca anche ai Comuni non leghisti abbiamo scoperto che a rischio sono anche tutti i capoluoghi di provincia della Lombardia con la sola eccezione di Milano e inclusa Bergamo, patria di Calderoli, il padre di questo strano federalismo fiscale.

Se con l’IM, oltre all’ICI, si volesse invece sostituire anche una parte del gettito Irpef sugli immobili, il numero dei comuni perdente sarebbe certo inferiore, ma solo al prezzo di un’aliquota di imposta patrimoniale molto elevata e incompatibile con la politica del “meno tasse per tutti”.

La spiegazione di questi numeri sta nel fatto che il gettito complessivo a livello nazionale dell’IM sarà uguale a quello dell’ICI, ma nelle singole realtà, specialmente al nord, le basi imponibili sono distribuite molto diversamente da località a località (prime case, case locate e immobili commerciali e altri immobili).

In sostanza, sembra che non sia stata oggetto di sufficiente riflessione l’idea di dimezzare l’aliquota sulle case date in affitto e su tutti gli immobili utilizzati in attività di impresa, restringendo così l’applicazione dell’aliquota piena alle sole “seconde” case. Così facendo, però, l’imposta risulta applicata in modo sbilanciato sui vari beni e rischia di generare fughe verso quelli esenti (con fittizie intestazioni di prime case a familiari, ad esempio) o meno tassati, con ulteriori perdite di gettito.

In conclusione, l’idea sarebbe stata anche vincente, specialmente a fini elettorali, ma tra l’idea e la realtà c’è una differenza complessiva di qualche milione di euro in meno. È stato già detto altre volte che questo è un federalismo senza numeri; ora che alcuni numeri è possibile metterli, ci viene il sospetto che siano ben lontani da quelli sperati. E sarebbe questo l’effetto della politica di due ministri della Lega che si occupano di federalismo fiscale? Chissà cosa ne penseranno ora i cugini della Lega.

Giuseppe Civati e Ernesto Maria Ruffini (tratto da L’Unità del 18 gennaio 2011)

- - - - - - -

© Pudivi Blog

lunedì 14 febbraio 2011

Tunisini, venite in Italia... ce n'è per tutti, case e lavoro


- - - - - - -

© Pudivi Blog

Il 17 marzo 2011? Gli italiani lavorino, mentre loro...

...

«Attività parlamentare al minimo. Solo una legge dall'inizio dell'anno»
Sempre più brevi i Consigli dei ministri: l'ultimo è durato cinque minuti, la media supera di poco un'ora

ROMA - Una sola legge sfornata in quarantaquattro giorni. E non siamo nel bel mezzo della calura estiva o nel pieno della campagna elettorale. Per giunta, non si può certamente dire che sia stato un provvedimento particolarmente impegnativo per il Parlamento: la conversione in legge di un decreto approvato dal governo a novembre dello scorso anno sui rifiuti della Campania. Il bilancio dell'attività legislativa di Camera e Senato dal primo gennaio 2011 è tutto qua. Un vuoto senza precedenti, che difficilmente sarà colmato. Date un'occhiata ai calendari: dopo la sfacchinata dal Milleproroghe, altro provvedimento con targa governativa sul quale i deputati si sono accapigliati nel tentativo di infilarci dentro di tutto, comprese norme maleodoranti come il blocco delle demolizioni delle costruzioni abusive in Campania o l'ennesimo condono edilizio, la Camera ha in programma la discussione di alcune interrogazioni, qualche mozione sonnacchiosa e disegni di legge parlamentari senza alcuna speranza di passare. Basta dire che durante tutto lo scorso anno di proposte non governative ne sono state approvate soltanto dieci. Il minimo storico. Come al minimo storico sono le sedute. Nei 409 giorni trascorsi dal primo gennaio del 2010 l'Aula di Montecitorio si è riunita in 171 occasioni. Ancora più sporadicamente quella di Palazzo Madama. Dove i giorni di seduta sono stati 129. Conosciamo le obiezioni. «L'attività parlamentare non si può limitare alle sedute. Per esempio, ci sono le commissioni...». Vero. Ma a parte la singolarità di certi organismi (nel Parlamento del Paese con le leggi più complicate del mondo c'è da anni anche una commissione per la semplificazione normativa, ed esistono ben due diverse commissioni d'inchiesta sulla sanità pubblica), il loro lavoro dovrebbe sfociare quasi tutto nell'Aula. Per non parlare dei casi in cui le commissioni fanno da tappo, com'è avvenuto in occasione del pareggio sul voto al federalismo. Un imprevedibile effetto degli scossoni politici che hanno investito il centrodestra, certo. Ma pur sempre un bel contributo alla paralisi che stiamo vivendo.
La situazione non sarebbe tanto diversa se a votare le leggi fossero soltanto i capigruppo, come ha proposto un paio d'anni fa Silvio Berlusconi («era una provocazione, un paradosso», si corresse poi il premier). Per il semplice fatto che da votare c'è ben poco. Quanto sia ormai profondo il senso di inutilità e frustrazione dalle parti del Parlamento lo dice il clamoroso gesto di un senatore ritenuto rispettabile come Nicola Rossi. Che ha spiegato la sua decisione di gettare la spugna in questi termini: con questo sistema elettorale i parlamentari sono nominati dai partiti, e non avendo investitura popolare non possono avere indipendenza di giudizio, e senza di questa non si lavora. Stop. Preso atto che tale stato di cose non si può cambiare con un colpo di becchetta magica, non ha potuto fare altro che dimettersi. Non soltanto dal suo partito, con il quale si trovava comunque in dissenso per ragioni politiche, ma dal Senato. Consumando così fino in fondo il divorzio da un Parlamento la cui funzione principale è diventata quella di ratificare leggi preconfezionate a scatola chiusa dagli uffici governativi.

Cosa che invece non hanno fatto altri, i quali pure a parole avevano manifestato disagio. Il leghista Matteo Brigandì, per esempio: «Mi dimetto perché non ha più alcun senso fare il parlamentare. Le Camere sono state svuotate di ogni loro funzione. Non hanno più alcun potere di iniziativa legislativa e sono state messe nella condizione di fare solo il notaio del governo», ha dichiarato un giorno. Ma poi è rimasto onorevole fino a quando non è stato nominato dallo stesso parlamento nel Consiglio superiore della magistratura. Per non parlare del recordman assoluto degli assenteisti, Antonio Gaglione, che è sbottato: «Stare in Parlamento è un lavoro frustrante, una perdita di tempo e una violenza contro la persona». Dimettendosi subito dopo dal partito, il Pd. Ma in Parlamento ci è rimasto. Anche la coerenza ha un prezzo: ovviamente inferiore all'appannaggio da deputato che il Nostro continua a intascare.

Non che l'attività di governo sia particolarmente più frenetica. Con le energie tutte concentrate a parare i colpi della magistratura che indaga sui festini nelle residenze di Silvio Berlusconi, come dimostrano i recenti propositi di rimettere in cima all'agenda dell'esecutivo il processo breve o il decreto sulle intercettazioni, resta evidentemente poco carburante per altro. A giudicare dalla durata fulminea delle riunioni di Palazzo Chigi, le discussioni sulle questioni di merito dei singoli provvedimenti sono sempre più rapide. L'ultimo Consiglio dei ministri, quello sull'emergenza degli sbarchi a Lampedusa, è durato cinque minuti d'orologio: dalle 13.35 alle 13.40. Il 21 gennaio, per esaminare e approvare una decina di provvedimenti, fra cui quisquilie come il Piano sanitario nazionale e la disciplina degli sfratti, oltre a quindici nomine, ci hanno messo poco più di un'ora. La durata media delle 50 riunioni di governo dal primo gennaio 2010 a oggi è stata di 64 minuti, meno della metà di quella del precedente (e rissoso) esecutivo di centrosinistra. E questo di per sé potrebbe anche non essere un segnale negativo. Se non fosse però che mentre il dibattito interno si fa sempre più flebile, rimangono penosamente al palo progetti e riforme che rappresentavano l'ossatura del programma di governo.


Rendendo forse ancora più inutile l'esistenza a Palazzo Chigi, già di per sé sorprendente, di ben due strutture incaricate di seguire il «Programma»: quella del ministro Gianfranco Rotondi e quella del sottosegretario alla Presidenza Daniela Garnero Santanchè. Qualche caso? Il rilancio dell'energia nucleare (in clamoroso ritardo) e il piano casa (un flop gigantesco). Mentre le iniziative per dare «una scossa all'economia», termine coniato dal governo Berlusconi sette anni orsono ma finora senza risultati, sono prigioniere della carenza di risorse economiche, quando non della necessità di recuperare consensi in pericolosa discesa o della mancanza di fantasia, come sta a dimostrare il riciclaggio di vecchie promesse mai decollate. Piani per il Sud, riforme fiscali... E siamo poi sicuri che i tempi di alcune proposte, per esempio la riforma della Costituzione nella parte che riguarda l'impresa, siano compatibili con il fiato corto di questa sedicesima legislatura?

Sergio Rizzo (tratto dal "Corriere della Sera" del 14 febbraio 2011)

* * *

Nulla di nuovo: ecco quanto scriveva sempre Sergio Rizzo lo scorso ottobre.

«Camere paralizzate, in un anno 10 leggi»
Dal 1° gennaio l'Aula di Montecitorio si è riunita 126 volte, il Senato 92

ROMA - Alla Camera dicono che succede, qualche volta. Succede quando arriva la Finanziaria, che adesso si chiama «legge di stabilità». Allora si ferma tutto, in religiosa attesa che la commissione Bilancio partorisca. Ecco spiegato perché almeno per tutta la prossima settimana le luci dell'Aula di Montecitorio resteranno spente. Con il risultato che molti deputati, come ha sottolineato ieri sul Messaggero Marco Conti, potranno godersi un periodo di ferie supplementari. Quella spiegazione «ufficiale», tuttavia, non spiega perché da tempo, ormai, i parlamentari non si ammazzano di lavoro. La verità è che non c'è il becco di un quattrino. Ma soprattutto che è il governo a dettare tempi, modi e priorità. Eppure, nonostante le difficoltà economiche, gli argomenti non mancherebbero. La commissione Giustizia della Camera, per esempio, ha praticamente concluso l'esame di un provvedimento antiusura già approvato dal Senato. Che però, senza apparenti motivazioni, procede lentissimo. Come anche il disegno di legge anticorruzione, approvato dal Consiglio dei ministri otto mesi or sono, e ora parcheggiato nelle commissioni di Palazzo Madama. A motori spenti. In questo caso però una ragione c'è. Si deve assicurare una corsia preferenziale al Lodo Alfano.
Per rendersi conto dell'apatia nella quale sono immerse le Camere è sufficiente dare uno sguardo ai calendari. Il Senato sarà impegnato nella discussione di mozioni sulla politica agricola comune, poi di risoluzioni, interrogazioni e interpellanze. Invece la Camera, quando la vacanzina sarà finita, dovrà fare i conti con le norme di «sostegno agli agrumeti caratteristici». Senza contare il trasferimento della Consob da Roma a Milano, preteso dalla Lega. Tutto questo, naturalmente, sempre che l'esecutivo non decida di sconvolgere il ruolino di marcia. Ma nemmeno il governo «del fare» di Silvio Berlusconi, che pure ha appena ripromesso una raffica di riforme, sembra percorso da un frenetico attivismo. Per dirne una, è da 117 giorni che aspettiamo la nomina del presidente Consob. Se non si riesce a fare quella, figuriamoci la riforma fiscale...

Cinque mesi sono passati da quando il presidente della Camera Gianfranco Fini sbottò pubblicamente («a meno che il governo non presenti qualche decreto c'è il rischio di una paralisi dell'attività legislativa della Camera!»), scandalizzato per il fatto che il lavoro dei parlamentari era ormai limitato a due giorni la settimana, e nulla è cambiato. Nei 298 giorni trascorsi dal primo gennaio l'assemblea di Montecitorio si è riunita 126 volte. Quella di Palazzo Madama ancora meno: 92.

Il 18 ottobre la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato una legge approvata l'8 ottobre scorso, l'ultimo dei 74 provvedimenti entrati e usciti dal Parlamento quest'anno. In quel numero sono compresi 18 decreti legge del governo e altri tre provvedimenti di routine, sempre di fonte governativa, come la legge comunitaria. Poi ci sono le 17 leggi di conversione di altrettanti decreti. Quindi 22 ratifiche di trattati internazionali: atti dovuti. Ne restano dunque 14, fra cui ci sono però anche provvedimenti nati da disegni di legge governativi. Per esempio quello del ministro dell'Interno Roberto Maroni sulla nuova disciplina antimafia. Delle dodici leggi «superstiti» fanno poi parte provvedimenti a uso e consumo dei partiti e della politica, come la legge sul legittimo impedimento che ha consentito al premier di non partecipare per motivi istituzionali ai processi che lo vedono imputato, o come la sanatoria delle liste elettorali per le Regionali. Ne restano dunque una decina. Una pattuglia sparuta, nella quale, oltre a provvedimenti di indubbio spessore sociale, come le disposizioni a favore dei malati terminali, dei sordociechi, o degli alunni dislessici, troviamo per esempio una legge che consente di nominare un finanziere comandante delle Fiamme Gialle, una norma sul personale dell'agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie...

La carestia legislativa farà senza dubbio contento il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, immortalato mentre inceneriva con un lanciafiamme migliaia di provvedimenti inutili. Eppure anche nel suo partito, la Lega Nord, qualcuno ha masticato amaro. L'avvocato messinese Matteo Brigandì, fiero delle 199 cause vinte in difesa del suo leader Umberto Bossi, con coraggio leonino ha annunciato un giorno il gesto clamoroso: «Mi dimetto perché non ha più alcun senso fare il parlamentare. Le Camere sono state svuotate di ogni loro funzione. Non hanno più alcun potere di iniziativa legislativa e sono state messe nella condizione di fare solo il notaio del governo». È decaduto dall'incarico il 30 luglio 2010. Giusto poche ore dopo essere stato eletto nel Csm dal Parlamento. Per inciso, Brigandì era stato uno dei proponenti del legittimo impedimento.

Sergio Rizzo (tratto dal "Corriere della Sera del 26 ottobre 2010).

- - - - - - -

© Pudivi Blog