
Ho confrontato recentemente il film “Terra selvaggia” (doppiato nel 1951 dalla CDC) con la versione originale (“Billy the Kid”, 1941), e ho potuto constatare che è uno dei pochi casi in cui il pubblico italiano non è stato privato di qualche sequenza, com’era invece prassi comune all’epoca.
Indubbiamente i film western sono quasi sempre stati esenti da problemi di censura, e inoltre non duravano eccessivamente (mediamente 80-90 minuti): essendo oltretutto pieni di azione a un ritmo a volte forsennato, evidentemente c’era ben poco da accorciare.
Il cast dei doppiatori, inoltre, è di tutto rispetto: Giulio Panicali (Robert Taylor), Emilio Cigoli (Brian Donlevy), Giorgio Capecchi (Ian Hunter), Micaela Giustiniani (Mary Howard), e vari grandi caratteristi dell’epoca. Peccato che insistano a parlare di “Billy il ragazzo”, si vede che per il 1951 un “Billy the Kid” poteva sembrare un nome troppo ermetico. Gli spagnoli comunque continuano tuttora a chiamarlo Billy el niño!
A parte questa consolante osservazione sulla versione italiana, del film in sé non si può dire un gran bene.
Mario Guidorizzi ne scrive in questi termini:
«Un’altra biografia, forse più romanzata delle altre, del noto bandito Billy the Kid. Ancora poca cura dei particolari storici, ma il western, sufficientemente movimentato, gode di un azzeccato protagonista (nonostante fosse, con i suoi trent’anni, poco adatto al ruolo di un giovanissimo) e di splendidi colori atti a mettere in risalto (...) i maestosi paesaggi della Monument Valley».
“L’azzeccato protagonista” sarebbe Robert Taylor, secondo il mio parere uno dei meno convincenti Billy Kid mai visti al cinema. E non per via dell’età: Paul Newman di anni ne aveva 34, quando interpretò - con ben altra plausibilità - il Kid in “Furia selvaggia”; Kris Kristofferson addirittura 37 in “Pat Garrett e Billy Kid” (ma come Taylor, del tutto inadatto al ruolo), e comunque nessuno dei tanti attori che interpretarono il ventunenne fuorilegge, aveva meno di 25 anni. Anche perché Hollywood aveva difficoltà a reclutare attori così giovani, e una parte come quella del Kid doveva essere affidata, di regola, a un divo già affermato.
Ma come tutte le regole, anche questa ha le sue eccezioni: Howard Hughes, nel suo delirante “Il mio corpo ti scalderà”, fa debuttare il ventottenne Jack Buetel (o Beutel, com’è scritto nei titoli di testa), che ha sì un volto infantile, ma che è anche di una totale inespressività.
L’inespressività è appunto il difetto principale di Robert Taylor in “Terra selvaggia”: non solo ha il viso mal rasato, anticipando di qualche decennio la moda odierna da “macho” (e allontanandosi sempre più dall’icona classica del Kid), ma fa pure ridicole smorfie per simulare la collera e l’impulsività che il copione richiede al personaggio.
E se “l’azzeccato protagonista” Taylor non fa faville, il deuteragonista Brian Donlevy, che sarà infine costretto a uccidere l’amico, è come suo solito legnoso e monocorde, incapace di esprimere ogni forma di conflitto interiore. Si salvano, con buon mestiere e niente più, Ian Hunter come “figura paterna” surrogata, e Mary Howard come (presunto) oggetto di contesa tra Taylor e Donlevy. Contesa appena accennata, mai sviluppata a sufficienza per giustificare la crisi di un’amicizia di lunga data.
Ha ragione Guidorizzi quando scrive che è una biografia (senza tanti forse) più romanzata delle altre. Il personaggio femminile serve qui a evitare ogni accenno a quelle pulsioni omosessuali che la tradizione (e i successivi film) attribuiscono al rapporto d’amicizia tra Billy e Pat Garrett.
Si dirà che i tempi non permettevano simili illazioni, che il codice Hays vigilava sulla “moralità” delle pellicole. Ma solo un paio d’anni più tardi, in “Il mio corpo ti scalderà”, si assisterà addirittura a un torbido triangolo tra Billy, Pat Garrett e Doc Holliday (il quale ultimo, storicamente nulla aveva a che fare con le vicende del Kid), mentre la povera - e procacissima - Jane Russell viene trattata come un... surrogato, sentendosi dire addirittura che «la miglior donna non vale un buon cavallo».
Certo, il film di Hughes non rispetta nessuno dei (pochi) punti fermi della vicenda storica, ma anche “Terra selvaggia” non scherza, quanto a “licenze”, altro che la «poca cura dei particolari storici» di cui parla Guidorizzi. Basti dire che non si fa alcuna menzione a Pat Garrett, giacché Donlevy non interpreta lo storico sceriffo, bensì un amico d’infanzia di Billy, ritrovato dopo parecchi anni! E la figura paterna, per vendicare la quale Billy si trasformerà in sanguinario fuorilegge, non è lo storico allevatore Tunstall, ma un anonimo Mr. Keating.
A questo punto, occorrerebbe verificare dove finisce la storia e dove inizia la leggenda. Ma non è così facile come sembra, perché anche la ricerca storica (almeno su fatti marginali come quelli dell’epopea western) sembra mutuare i suoi metodi dalla mitologia...
Mi spiego meglio: spuntano come funghi sedicenti storici che, approfittando della carenza di solida documentazione, si “inventano” fatti mai accaduti, testimonianze mai rese o palesemente inattendibili, e gabellano tutto ciò come “la vera storia di...”
Tanti anni fa si pubblicava, anche in Italia, una rivista americana intitolata “True West”, che le sparava proprio grosse. Quand’ero adolescente vi lessi una delle prime biografie di Billy the Kid, e per molto tempo credetti che fosse quella vera e reale. Ma in seguito ho sentito di tutto, e il contrario di tutto. Per esempio, che Billy non si chiamava William H. Bonney, o che non era mancino (l’unica fotografia che ne abbiamo lo ritrae con la fondina alla sua sinistra, ma qualcuno sostiene che fu stampata al contrario, specularmente!).
Le uniche cose certe e documentate sono queste: tra il 1878 e il 1881 vi furono gravi disordini, sparatorie, ammazzamenti, in quella che fu chiamata un po’ pomposamente “la guerra del bestiame della Contea di Lincoln” (nel Territorio del Nuovo Messico, all’epoca non ancora Stato dell’Unione). Tra l’altro, il paesaggio del Nuovo Messico non contempla affatto le meraviglie della Monument Valley, che sta invece al confine tra Utah e Arizona, ma il cinema ha bisogno di scenografie suggestive, e questa incongruenza geografica la si può anche perdonare.
Il motivo di questa “guerra” fu identificato fin da subito nell’assassinio di un allevatore di origine inglese, John Tunstall, da parte dei mandriani di un allevamento concorrente. I cow-boys di Tunstall pretesero di farsi giustizia da soli, accoppando quanti più rivali incontrassero, e si innescò così una faida interminabile. Naturalmente scattò la repressione della Legge, e furono emessi mandati di cattura contro i più scalmanati tra i contendenti. Tra questi scalmanati, a giudicare dagli avvisi di taglia, c’era anche tale William H. Bonney, giovanissimo ma già considerato estremamente pericoloso. Anche quando la faida a poco a poco si esaurì, alcuni “vendicatori” di Tunstall, tra i quali sicuramente c’era Bonney, si diedero alla macchia, bollati come fuorilegge da catturare vivi o morti. Il nuovo governatore del Territorio, Lew Wallace (ex generale, passato alla storia come autore del romanzo Ben Hur) promise un’amnistia purché i fuorilegge si costituissero e consegnassero le armi. Cosa che puntualmente avvenne, ma non è mai stato chiaro il motivo per cui Bonney fu arrestato ugualmente e trattenuto nella cittadina di Mesilla in attesa di essere processato (e, verosimilmente, impiccato). Quello che è certo (documentato dai giornali dell’epoca) è che Bonney riuscì a fuggire dalla prigione, uccidendo a sangue freddo due suoi carcerieri. Lo sceriffo Pat Garrett fu incaricato di inseguirlo e riprenderlo, e quella fu la fine della breve carriera criminale di William H. Bonney. Era il 1881, e il ragazzo aveva solo 21 anni.
Fu lo stesso Pat Garrett a dare inizio alla leggenda del Kid, dando alle stampe la sua versione (quasi certamente romanzata ed esagerata) della caccia e dell’uccisione del pericoloso fuorilegge. Sempre Garrett asserì di essere stato precedentemente suo amico, ma non vi è altra fonte che lo confermi. Questa vicenda del giovanissimo, quanto pericoloso, bandito, ucciso per mano di uno sceriffo che gli era amico, infiammò la fantasia di quei “giornalisti” (così erano considerati, ma si dovrebbero chiamare piuttosto romanzieri) che stavano allora costruendo il mito western, quasi un calco della mitologia classica.
William Bonney divenne noto negli Stati Uniti come Billy the Kid attraverso decine e decine di racconti nei quali si raccontavano gesta di pura invenzione, così com’era accaduto prima per Jesse James, e successivamente per Buffalo Bill. Così si è consolidata la leggenda attorno agli scarni fatti storici (e anche a dispetto degli stessi...), leggenda che vuole Billy omicida per la prima volta a 12 anni, e con un numero di vittime (21) pari esattamente ai suoi anni. Che assegna a Tunstall il ruolo di “padre nobile”, e alla sua uccisione l’esplosione catartica della furia omicida di Billy. All’amicizia con Pat Garrett viene assegnata una valenza a dir poco ambigua: se quasi tutti oggi immaginano tendenze omosessuali, in origine vi si scorgeva la dicotomia tra la primitiva sete di vendetta, e il freno che ad essa impone la legalità. I due amici sono di fronte ad una scelta di campo, e non esitano a schierarsi l’uno contro l’altro in un mortale duello. Come tutti i miti, era ovvio che anche questo sottintendesse una precisa morale...
Una volta entrato nel Pantheon degli eroi del west, era naturale che il cinema se ne impossessasse, e divulgasse la sua leggenda (o meglio, diverse versioni della sua leggenda) in tutto il resto del mondo.
Bastava seguire un canovaccio molto semplificato, ma che contenesse gli elementi più romantici: la giovane età, il ribellismo ad essa connaturato, il dolore rabbioso per l’uccisione del “padre”, la morte per mano dell’amico fraterno. Anche “Furia selvaggia”, il più maturo dei film sul Kid (almeno dal punto di vista dell’introspezione psicologica), pur rispettando i pochi fatti storicamente acclarati, non si sottrae a questa traccia puramente romantica.
Di “Il mio corpo ti scalderà” non è il caso di fare un’analisi approfondita, è un pastiche dove perfino la leggenda consolidata del Kid sembra troppo restrittiva per la delirante fantasia della sceneggiatura. “Pat Garrett e Billy Kid”, che vuole rendere trasparente la costruzione mitologica attraverso la presenza del menestrello-cantastorie (Bob Dylan) che commenta gli avvenimenti canonici, è un tipico prodotto del revisionismo western iniziato da Sergio Leone, e portato alle sue estreme conseguenze da Sam Peckinpah. Con l’aggravante (o il merito, a seconda dei punti di vista) di aver scelto come protagonisti due attori come Kris Kristofferson e James Coburn, che non hanno proprio alcuna attinenza, né fisica né psicologica, con le figure di Billy e di Garrett così come ce le ha consegnate la leggenda (e meno che mai la Storia...).
Ma la saga cinematografica di Billy the Kid da allora è continuata, e continuerà forse negli anni: i due film intitolati “Young guns”, uno del 1988 e l’altro del 1990, ci presentano un manipolo di giovani attori dall’aspetto trendy (per quell’epoca) fotografati con colori autunnali e un po’ flou, com’era di moda. Il revisionismo western ha ormai ceduto il passo a un nuovo romanticismo (si veda anche il coevo “Tombstone”), e qui si ripete stancamente la leggenda canonica, con Billy the Kid che ha la faccia da ragazzo ben educato di Emilio Estevez (26 anni, forse il Kid più giovane!). Sarebbe bastato osservare bene la storica foto di William Bonney, per accorgersi che il suo ruolo era da assegnare a Kiefer Sutherland (che invece nel film interpreta un altro personaggio), con la sua faccia inquietante da serial killer!
Piero Fiorili
Associazione Culturale "Fondo Cinema"
Sito internet: www.fondocinema.it
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