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venerdì 2 marzo 2012

Fondocinema.it • "Da quando te ne andasti", vero come un biglietto da tre dollari

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Chi ha visto la versione italiana di “Da quando te ne andasti”, film lunghissimo che dura 144 minuti, non sospetterebbe che in realtà si è perso una buona mezz’ora di film.

La versione originale, “Since you went away” (1944) dura infatti 177 minuti, e i tagli di lunghe scene non sono certo giustificati da ragioni di censura, bensì da una precisa scelta della distribuzione italiana, che per ragioni commerciali si è sempre mostrata insofferente ai film troppo lunghi.

Ci sono alcuni “arditi” passaggi, nel montaggio italiano, che impongono allo spettatore di immaginare per proprio conto come, nello sviluppo della trama, si è arrivati a certe situazioni, ma evidentemente gli autori di questi tagli avevano un’ottima considerazione dell’immaginazione del pubblico...

Per il resto, la versione nostrana è stata servita abbastanza bene, nel senso che il cast di doppiatori è quello classico della CDC, con le voci di Giovanna Scotto (Claudette Colbert), Lydia Simoneschi (Jennifer Jones), Miranda Bonansea (Shirley Temple), Emilio Cigoli (Joseph Cotten), Giulio Panicali (Robert Walker) e poi ancora Gianfranco Bellini, Mario Besesti, Tina Lattanzi, Renato Turi e Giuseppe Rinaldi. Una delizia per gli estimatori del doppiaggio d’epoca.

Quanto al film in sé, che non è praticamente mai citato nelle varie Storie del Cinema, e nemmeno appare nelle classifiche dei “film da salvare”, mi ha sorpreso constatare che si era presentato alla cerimonia degli Oscar, nel 1945, con la bellezza di 11 candidature! Ma l’unico Oscar che gli fu poi assegnato fu quello per la musica, opera del grande compositore Max Steiner.

Non si fatica molto, vedendo il film (anche e soprattutto nella sua versione integrale) a capirne il motivo. Uno che evidentemente non l’ha capito è Mario Guidorizzi, che classifica il film tra i “capolavori”, e così lo descrive:
«Grandiosa e commovente “Americana” in perfetto stile Selznick, con momenti eccezionali di cinema dove una tecnica assolutamente perfetta si sposa con i sentimenti più nobili dei personaggi e degli spettatori in un profondo messaggio del vivere civile».

Guidorizzi si occupa di etica ed estetica del Cinema, piuttosto che di critica tradizionale, ed è perciò incline a privilegiare i valori morali, i “nobili sentimenti”. E in questo film i buoni sentimenti debordano addirittura: al pubblico delle casalinghe americane non bastavano nemmeno i fazzoletti, dovevano portarsi appresso un lenzuolo, per asciugare le lacrime...

Pare molto più realistico il commento di Morando Morandini, secondo il quale il film «è il più altisonante omaggio che Hollywood abbia fatto al fronte interno e al patriottismo americano. Falso come un biglietto da tre dollari, ma terribilmente nobile e ben fatto».

Qui sta il punto, infatti: negli Stati Uniti del 1944, il fronte interno dava segni di stanchezza e insofferenza; la guerra pareva non dover mai finire, e i funesti telegrammi del Ministero erano l'incubo quotidiano per le mogli e i genitori di soldati che mancavano da casa ormai da anni.

I film del periodo riflettono quasi tutti questa realtà, dato che Hollywood era un soggetto primario e privilegiato della propaganda bellica, sia interna che dei Paesi alleati. Mancava però un film-simbolo per le donne americane, così come lo era stato, due anni prima, “La signora Miniver” per quelle inglesi.

A Hollywood si convinsero che ci voleva anche al di qua dell’oceano una simile “Madre Coraggio”, per dare l’esempio alle ansiose casalinghe d’America. Il soggetto c’era, un recentissimo libro di Margaret Buell Wilder, bastava metterlo su pellicola.
David Selznick era uno che non badava a spese, pur di mettere in piedi uno spettacolone, e chi meglio di lui poteva produrre un film che fosse al tempo stesso un inno patriottico e un kolossal pieno di grandi star? Poteva forse scegliere un regista più autoriale, dato che la regia di John Cromwell non è di quelle memorabili, ma in compenso gli attori paiono in stato di grazia, perfino Claudette Colbert riesce credibile nella sua parte strappalacrime. Però, nell’insieme, sembrano statuine del presepio, così buoni, così bravi, così altruisti, così ben disposti ad accettare tanto i sacrifici, quanto i capricci del Fato.

Nulla ci viene risparmiato, né la figlia adolescente che fa la crocerossina per “rendersi utile alla causa”, né il burbero e sgarbato Colonnello che poi si rivelerà un cuor d’oro, né la domestica di colore (la solita impagabile Hattie McDaniel) che non sa neanche cosa vuol dire il razzismo; né l’innamorato a vita della protagonista (felicemente sposata) che accetta sportivamente il celibato perché “le altre non reggono il paragone”. E poiché qualche cattivo soggetto ci doveva pur essere, ecco Agnes Moorehead fare la smorfiosa, l’egoista, l’accaparratrice di merci razionate, finché non sarà smascherata e ostracizzata dalla famigliola-modello. Dulcis in fundo, il marito, e padre, dato per disperso al fronte, verrà ritrovato incolume proprio nella notte di Natale!

Insomma, più che nelle lacrime si affoga nella melassa, oltre che nella retorica patriottica, e di questo si devono essere resi conto, alla fine, i giurati dell’Academy: come dice il Morandini, il tutto suona falso come un biglietto da tre dollari!

Restano marginalmente interessanti, a livello documentario, le testimonianze di costume: lo sciamare di divise per ogni dove, il razionamento dei generi alimentari, la penuria di alloggi, tutte le ristrettezze insomma del tempo di guerra, che si mostrano qui accettate stoicamente e nobilmente dalla popolazione americana. Commovente, sì, ma noi europei siamo ben consapevoli che avere la guerra in casa, invece che al di là di un oceano, è ben altro dramma...

Piero Fiorili
Associazione Culturale "Fondo Cinema"

Sito internet: www.fondocinema.it

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