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sabato 10 marzo 2012

Fondocinema.it • Due strani casi di censura...

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Generalmente, quando mi imbatto in un film, la cui versione italiana è più corta di quella originale, non trovo alcuna motivazione per i tagli apportati alla pellicola, se non il desiderio di accorciare il tempo di proiezione, a favore degli esercenti delle sale cinematografiche.
Ma nel caso di "Stringimi forte tra le tue braccia" ("Force of Arms", 1951, rieditato in seguito negli USA col titolo "A girl for Joe"), la cui modesta durata di 94 minuti non avrebbe dovuto preoccupare nessuno, è stata soppressa una sequenza di 3 minuti e mezzo, e si tratta senza dubbio di un'autocensura della distribuzione italiana.

Il film fu infatti presentato alla Commissione di censura, e fu approvato senza imposizione di tagli: ciò significa che la sequenza mancante fu soppressa prima di sottoporre la pellicola alla Commissione. E' abbastanza facile arguire come tale autocensura fosse operata proprio in previsione di qualche contestazione, che avrebbe potuto portare a un divieto ai minori, o quanto meno alla soppressione obbligata della stessa sequenza. Ma cosa c'era di tanto pruriginoso in questo film di guerra, ambientato in Italia, e che narra delle vicende belliche (con sottofondo sentimentale) di un Tenente americano della V Armata?

Semplicemente questo: il Sergente William Holden, appena promosso Tenente per essersi distinto al comando del suo plotone, viene portato dal suo Maggiore (vecchio amico nella vita civile) a festeggiare la fresca nomina nelle retrovie, in quel di Napoli. Ma gli spettatori non possono seguirlo, perché alla prima immagine di Napoli, zac! viene cancellato ogni accenno alla degradata condizione della sua popolazione. Nulla di particolarmente morboso, alla Curzio Malaparte per intenderci, (passeranno molti anni prima del fin troppo compiaciuto film "La pelle", vero e proprio viaggio agli inferi nella Napoli occupata dagli Alleati) però il tenentino viene portato in una taverna all'insegna "Mamma mia", gestita da una donna di mezza età che tutti chiamano Mamma, e che va famosa fra la truppa, come spiega il Maggiore, «per la sua carne piccante, la lasagna milanese [sic] e le sue due belle figlie. Dai retta a me, prendi solo le figlie.»

Evidentemente non era molto gradito, all'epoca, mostrare una donna italiana che prostituisce le figlie, che per giunta, dall'aspetto, appaiono minorenni. Per queste due ragazzine, poi, ogni soldato è indifferentemente "Joe" (da qui il titolo della riedizione, "A girl for Joe") e tentano di parlare inglese con un buffissimo accento. A loro volta i militari americani tentano di parlare italiano con un accento ancora più buffo, e questa pantomima linguistica contribuisce ad alleggerire la scabrosa situazione. Ma in tempi in cui il Ministro dello Spettacolo Andreotti riteneva che i panni sporchi si dovessero lavare in famiglia, ed esecrava la crudezza del neorealismo, non si poteva proprio lasciar correre su panni così luridi, e la scena sarà finita sul pavimento della sala di montaggio prima ancora di chiedere il visto di censura...


Ma, per fortuita combinazione, subito dopo mi sono ritrovato a vedere l'edizione americana in DVD di "Le chiavi del paradiso" ("The Keys of the Kingdom", 1946), un film molto conosciuto in Italia, e spesso trasmesso dalle nostre TV. Ebbene, l'edizione americana è mancante di un breve spezzone di dialogo (circa 30 secondi), che invece è ben presente nelle versioni televisive! E' un caso raro, ma non eccezionale: avevo notato in altre occasioni che certi film pubblicati in DVD all'estero (soprattutto in Francia) sono prive di qualche scena che invece esiste nelle versioni doppiate in italiano. Non ne conosco la ragione, e faccio pure fatica ad immaginarla. Ma in questo film, che dura 2 ore e 20 minuti, che senso ha eliminare 30 secondi di dialogo, se non perché il dialogo stesso può suonare sgradito al proprio pubblico?

Come si sa, in questa edificante opera tratta da un famoso romanzo di A.J. Cronin, si assiste alla vicenda di un missionario cattolico in Cina, ed essendo il cattolicesimo una confessione minoritaria nei Paesi anglosassoni, la sua peculiare dottrina non suscita colà soverchio entusiasmo. Può essere quindi che un certo dialogo tra Father Chisholm e il Mandarino cinese Chia, possa aver urtato la sensibilità religiosa dei protestanti, in quanto tendente a far apparire i cattolici "i primi della classe", più ecumenici e tolleranti degli altri...

Il contesto è il seguente: Padre Chisholm è appena stato a trovare i componenti di una nuova missione metodista in città, e anziché trattare i nuovi arrivati come "concorrenti" nel reclutamento delle anime cinesi, si è mostrato amichevole e ben disposto a una reciproca collaborazione. Subito dopo incontra Mr. Chia, il potente Mandarino che lo stima e lo protegge, il quale propone al prete, in tono mellifluo, di rendere la vita difficile ai nuovi arrivati, «idolatri di un falso dio»:

Chisholm: - Non sono adoratori di un falso dio, signor Chia, ma dello stesso vero Dio che io servo.
Chia: - La mia mente si confonde, mi riesce impossibile comprendere.
Chisholm: - Vede, ognuno segue la sua strada verso il regno di Dio, e anche se io sappia che non è la giusta, non ho il diritto di modificare la scelta.
Chia: - Si richiede dunque ai cristiani di essere tolleranti verso gli altri?
Chisholm: - Non vi è cristiano che non lo sia.

Chia: - Incredibile. Vorrei discutere tale supefacente dottrina più a fondo.

[Le battute in grassetto sono quelle mancanti nella versione americana]

E' solo la mia impressione, ma per chi non ha dimenticato le sanguinose guerre di religione tra cattolici e protestanti dei secoli passati, una tale affermazione è difficile da mandar giù senza tacciarla di ipocrisia...
E siccome abbiamo visto, all'inizio della storia, il padre del prete perdere la vita a causa della sua fede cattolica (bastonato a morte dai concittadini protestanti), sembra proprio che tale professione di tolleranza e fratellanza sia prerogativa dei soli cattolici.

Forse Cronin la pensava così (come il suo personaggio Francis Chisholm, aveva il padre cattolico e la madre presbiteriana) ma la cosa non poteva certo far piacere ai fedeli di altre confessioni. Per prudenza, la 20th Century Fox avrà "casualmente" dimenticato di montare un metro di pellicola...

Piero Fiorili
Associazione Culturale "Fondo Cinema"

Sito internet: www.fondocinema.it

venerdì 2 marzo 2012

Fondocinema.it • "Da quando te ne andasti", vero come un biglietto da tre dollari

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Chi ha visto la versione italiana di “Da quando te ne andasti”, film lunghissimo che dura 144 minuti, non sospetterebbe che in realtà si è perso una buona mezz’ora di film.

La versione originale, “Since you went away” (1944) dura infatti 177 minuti, e i tagli di lunghe scene non sono certo giustificati da ragioni di censura, bensì da una precisa scelta della distribuzione italiana, che per ragioni commerciali si è sempre mostrata insofferente ai film troppo lunghi.

Ci sono alcuni “arditi” passaggi, nel montaggio italiano, che impongono allo spettatore di immaginare per proprio conto come, nello sviluppo della trama, si è arrivati a certe situazioni, ma evidentemente gli autori di questi tagli avevano un’ottima considerazione dell’immaginazione del pubblico...

Per il resto, la versione nostrana è stata servita abbastanza bene, nel senso che il cast di doppiatori è quello classico della CDC, con le voci di Giovanna Scotto (Claudette Colbert), Lydia Simoneschi (Jennifer Jones), Miranda Bonansea (Shirley Temple), Emilio Cigoli (Joseph Cotten), Giulio Panicali (Robert Walker) e poi ancora Gianfranco Bellini, Mario Besesti, Tina Lattanzi, Renato Turi e Giuseppe Rinaldi. Una delizia per gli estimatori del doppiaggio d’epoca.

Quanto al film in sé, che non è praticamente mai citato nelle varie Storie del Cinema, e nemmeno appare nelle classifiche dei “film da salvare”, mi ha sorpreso constatare che si era presentato alla cerimonia degli Oscar, nel 1945, con la bellezza di 11 candidature! Ma l’unico Oscar che gli fu poi assegnato fu quello per la musica, opera del grande compositore Max Steiner.

Non si fatica molto, vedendo il film (anche e soprattutto nella sua versione integrale) a capirne il motivo. Uno che evidentemente non l’ha capito è Mario Guidorizzi, che classifica il film tra i “capolavori”, e così lo descrive:
«Grandiosa e commovente “Americana” in perfetto stile Selznick, con momenti eccezionali di cinema dove una tecnica assolutamente perfetta si sposa con i sentimenti più nobili dei personaggi e degli spettatori in un profondo messaggio del vivere civile».

Guidorizzi si occupa di etica ed estetica del Cinema, piuttosto che di critica tradizionale, ed è perciò incline a privilegiare i valori morali, i “nobili sentimenti”. E in questo film i buoni sentimenti debordano addirittura: al pubblico delle casalinghe americane non bastavano nemmeno i fazzoletti, dovevano portarsi appresso un lenzuolo, per asciugare le lacrime...

Pare molto più realistico il commento di Morando Morandini, secondo il quale il film «è il più altisonante omaggio che Hollywood abbia fatto al fronte interno e al patriottismo americano. Falso come un biglietto da tre dollari, ma terribilmente nobile e ben fatto».

Qui sta il punto, infatti: negli Stati Uniti del 1944, il fronte interno dava segni di stanchezza e insofferenza; la guerra pareva non dover mai finire, e i funesti telegrammi del Ministero erano l'incubo quotidiano per le mogli e i genitori di soldati che mancavano da casa ormai da anni.

I film del periodo riflettono quasi tutti questa realtà, dato che Hollywood era un soggetto primario e privilegiato della propaganda bellica, sia interna che dei Paesi alleati. Mancava però un film-simbolo per le donne americane, così come lo era stato, due anni prima, “La signora Miniver” per quelle inglesi.

A Hollywood si convinsero che ci voleva anche al di qua dell’oceano una simile “Madre Coraggio”, per dare l’esempio alle ansiose casalinghe d’America. Il soggetto c’era, un recentissimo libro di Margaret Buell Wilder, bastava metterlo su pellicola.
David Selznick era uno che non badava a spese, pur di mettere in piedi uno spettacolone, e chi meglio di lui poteva produrre un film che fosse al tempo stesso un inno patriottico e un kolossal pieno di grandi star? Poteva forse scegliere un regista più autoriale, dato che la regia di John Cromwell non è di quelle memorabili, ma in compenso gli attori paiono in stato di grazia, perfino Claudette Colbert riesce credibile nella sua parte strappalacrime. Però, nell’insieme, sembrano statuine del presepio, così buoni, così bravi, così altruisti, così ben disposti ad accettare tanto i sacrifici, quanto i capricci del Fato.

Nulla ci viene risparmiato, né la figlia adolescente che fa la crocerossina per “rendersi utile alla causa”, né il burbero e sgarbato Colonnello che poi si rivelerà un cuor d’oro, né la domestica di colore (la solita impagabile Hattie McDaniel) che non sa neanche cosa vuol dire il razzismo; né l’innamorato a vita della protagonista (felicemente sposata) che accetta sportivamente il celibato perché “le altre non reggono il paragone”. E poiché qualche cattivo soggetto ci doveva pur essere, ecco Agnes Moorehead fare la smorfiosa, l’egoista, l’accaparratrice di merci razionate, finché non sarà smascherata e ostracizzata dalla famigliola-modello. Dulcis in fundo, il marito, e padre, dato per disperso al fronte, verrà ritrovato incolume proprio nella notte di Natale!

Insomma, più che nelle lacrime si affoga nella melassa, oltre che nella retorica patriottica, e di questo si devono essere resi conto, alla fine, i giurati dell’Academy: come dice il Morandini, il tutto suona falso come un biglietto da tre dollari!

Restano marginalmente interessanti, a livello documentario, le testimonianze di costume: lo sciamare di divise per ogni dove, il razionamento dei generi alimentari, la penuria di alloggi, tutte le ristrettezze insomma del tempo di guerra, che si mostrano qui accettate stoicamente e nobilmente dalla popolazione americana. Commovente, sì, ma noi europei siamo ben consapevoli che avere la guerra in casa, invece che al di là di un oceano, è ben altro dramma...

Piero Fiorili
Associazione Culturale "Fondo Cinema"

Sito internet: www.fondocinema.it